Prima di tutto, sono un papà.
Mi insegna cose che nessun corso mi aveva mai insegnato.
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Se mi chiedi cosa conta davvero, la risposta arriva prima che finisci la domanda: mio figlio. Le scelte che faccio, i progetti a cui dico sì e quelli a cui dico no, i pomeriggi che tengo liberi, partono tutti da lì.
Lui mi insegna cose che nessun corso mi aveva mai insegnato: la pazienza, mettermi alla sua altezza per guardare il mondo con i suoi occhi, e il coraggio di dire ho sbagliato.
Sono curioso, per natura.
Mi accendo davanti a un'idea nuova come un bambino davanti a un giocattolo.
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Mi accendo davanti a un'idea nuova come un bambino davanti a un giocattolo, e amo le persone che mi fanno vedere le cose da un altro punto di vista. Mi piace scoprire, smontare, capire come funziona e poi renderla mia, migliorarla, divertirmi mentre lo faccio.
Così ho creato locali, squadre, progetti, e oggi strumenti digitali che nascono da un'intuizione e diventano qualcosa di utile per qualcuno. Le passioni sono tante, lo ammetto. A volte troppe. Ma sono il mio modo di sentirmi vivo.
Mi piace far stare bene le persone.
Sul mio biglietto da visita c'era scritto: Joy Salesman, venditore di felicità.
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Sono cresciuto dietro il bancone del locale dei miei genitori, tra il rumore dei piatti, le voci della sera e le persone che entravano stanche e uscivano sorridendo. Lì ho capito che accogliere qualcuno è un'arte, e che un posto è vivo solo quando chi ci lavora e chi ci entra si sentono a casa.
Sono passati quarant'anni e mi emoziono ancora per le stesse cose: una tavola piena, una squadra affiatata, una risata che parte da un tavolo e contagia la sala. Una volta sul mio biglietto da visita avevo scritto Joy Salesman, venditore di felicità. Ci sorrido ancora, perché in fondo è sempre stato vero.
Sono quello che trova la soluzione.
Quando tutto si inceppa, magari all'ultimo momento, è lì che do il meglio.
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Quando tutto si inceppa, magari all'ultimo momento, è lì che do il meglio. Non mi spavento: giro intorno al problema, lo guardo da un'altra parte, finché non vedo la strada che prima non c'era.
Ho una naturale predisposizione a curare: aggiustare, rimettere a posto, rimettere in piedi. Con le cose, e soprattutto con le persone. Mi piace ascoltare, dire le cose come stanno senza ferire, e aiutare qualcuno a vedere quello che ha già dentro. Non insegno ricette: faccio domande, ascolto, e cammino un pezzo di strada insieme.
E sono ancora in cammino.
Non sono un uomo arrivato. Sono un lavoro in corso.
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Dietro la stazza, le battute e l'entusiasmo c'è un uomo sensibile, che sente le cose fino in fondo. Sto imparando a fermarmi, a mettere a fuoco le mie tante passioni, a scegliere dove mettere energia e dove lasciar andare. E a ritagliare un po' di tempo anche per me, per la salute, il silenzio e lo spirito: è sempre la prima cosa che sacrifico, ed è proprio quella che regge tutto il resto.
Lungo la strada ho amici di una vita, vicini e lontani, su cui conto e che sanno di poter contare su di me. Non sono un uomo arrivato. Sono un lavoro in corso, con le mie crepe e i miei slanci. E sinceramente, mi piace così.